L’escalation del conflitto con l’Iran ha spostato l’attenzione dei leader mondiali sullo stretto di Hormuz – un passaggio cruciale del commercio globale di petrolio e gas attraverso il quale transita circa un quarto delle forniture mondiali di petrolio. Gli esperti avvertono anche di un rischio meno discusso: gli attacchi alle petroliere potrebbero provocare una catastrofe ecologica con conseguenze ben oltre i confini delle zone di guerra.
Per gli europei che pianificano le vacanze estive si crea così una situazione paradossale. Mentre le spiagge del Mediterraneo restano piene di turisti, le rotte marittime nella regione più ampia sono sempre più influenzate da conflitti, sanzioni e dal trasporto rischioso effettuato da petroliere obsolete. Aumenta così la probabilità di disastri ecologici anche nei mari che circondano l’Europa.
Gli esperti richiamano in particolare l’attenzione sulla situazione nel Mediterraneo, dove si muovono sempre più spesso vecchie petroliere appartenenti alla cosiddetta “flotta ombra”. Si tratta di circa 850–1.400 imbarcazioni obsolete con proprietà poco chiara, che aggirano le sanzioni e spesso operano al di fuori di rigorose norme di sicurezza o ambientali.
Il rischio è illustrato anche da incidenti recenti. Il tanker russo di LNG Arctic Metagaz è affondato mercoledì nel Mediterraneo tra Malta e la Libia dopo una serie di esplosioni e un vasto incendio a bordo. La nave trasportava circa 61.000 tonnellate di gas naturale liquefatto dal porto russo di Murmansk verso il Canale di Suez. Mosca sostiene che il tanker sia stato colpito da droni navali ucraini, cosa che Kyiv non ha confermato. L’imbarcazione faceva parte della “flotta ombra” russa utilizzata per aggirare le sanzioni occidentali.
Nello stesso periodo si è verificata un’esplosione anche presso una petroliera al largo del Kuwait e negli ultimi mesi diversi vascelli della “flotta ombra” russa nel Mar Nero e nel Mediterraneo sono stati colpiti da droni.
Sebbene il gas naturale liquefatto non crei sulla superficie del mare una macchia permanente come il petrolio, incidenti di questo tipo vicino alle isole e alle coste europee sollevano timori per i danni alla vita marina e al turismo.
Il rischio maggiore di una catastrofe ecologica proviene però attualmente dal Golfo Persico – un’area che rappresenta un’arteria fondamentale del commercio mondiale di gas, petrolio e fertilizzanti.
Petroliere sotto tiro
Una catastrofe ecologica potrebbe verificarsi nel Golfo Persico, dove gli attacchi alle petroliere che attraversano lo stretto di Hormuz minacciano uno degli ecosistemi marini più ricchi della regione. Si tratta inoltre di un’area che in passato ha già vissuto devastanti disastri petroliferi ed è considerata uno degli ambienti marini più sensibili del pianeta.
Un alto comandante delle Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC) lunedì ha avvertito che l’Iran “brucerà ogni nave” che tenterà di attraversare lo stretto di Hormuz – un corridoio strategico attraverso cui passa una parte significativa delle forniture globali di petrolio e gas naturale.
Minacce di questo tipo aumentano le preoccupazioni non solo per la sicurezza delle forniture energetiche, ma anche per lo stato dell’ambiente. Il conflitto infatti aumenta drasticamente il rischio di fuoriuscite di petrolio, collisioni o danni alle petroliere lungo una delle rotte marittime più trafficate del mondo.
“Qualsiasi attacco o incidente che coinvolga petroliere in vie d’acqua strette e molto trafficate come lo stretto di Hormuz comporta un rischio reale di fuoriuscite di petrolio”, ha dichiarato al portale Euractiv l’organizzazione ambientalista Seas at Risk. “Ciò può causare danni a lungo termine agli ecosistemi fragili e alle comunità costiere.”
Il ricordo della più grande fuoriuscita di petrolio
Secondo l’organizzazione britannica UK Maritime Trade Operations (UKMTO), il 1º marzo almeno tre navi sono state attaccate vicino allo stretto di Hormuz.
Il numero delle imbarcazioni colpite è nel frattempo salito a cinque, riferisce l’organizzazione non governativa britannica Conflict and Environment Observatory (CEOBS), che ha pubblicato la prima valutazione dei danni ambientali nei primi giorni delle operazioni militari.
L’organizzazione sta ora verificando se le petroliere MKD Vyom, Stena Imperative, Skylight, Ocean Electra e Hercules Star abbiano rilasciato petrolio nel Golfo Persico dopo gli attacchi.
La situazione richiama alla memoria la catastrofe del 1991, quando la guerra del Golfo provocò la più grande fuoriuscita di petrolio della storia.
Le perdite di petrolio hanno conseguenze devastanti per la fauna marina e gli habitat. Il petrolio viscoso può rimanere nell’ambiente per mesi o persino anni, avverte la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Ancora nel 2016 – cioè 25 anni dopo la guerra del Golfo del 1991 – CEOBS constatava che le conseguenze del più grande disastro petrolifero della storia non erano ancora state “completamente risolte”.
All’epoca fino a 11 milioni di barili di petrolio finirono nel Golfo, danneggiando circa 800 chilometri di costa.
A metà degli anni 2000 la geochimica americana Jacqueline Michel scoprì che anche dodici anni dopo il disastro grandi quantità di petrolio erano ancora presenti nell’ambiente – soprattutto perché aveva una capacità insolitamente elevata di penetrare in profondità nei sedimenti del fondale marino.
Come esempio dei danni ecologici, gli scienziati ricordano che circa 30.000 svassi e cormorani morirono dopo che il petrolio aveva ricoperto le loro piume.
Esistono chiari segnali di allarme che indicano come un rinnovato conflitto in Medio Oriente potrebbe avere conseguenze simili. Sabato scorso il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato di voler “eliminare” la marina iraniana. Solo martedì, secondo CEOBS, undici imbarcazioni sono state danneggiate o affondate.
Il Dipartimento dei Trasporti degli Stati Uniti aveva inizialmente raccomandato alle navi di “evitare l’area se possibile”, dopo che il generale delle IRGC Sardar Jabbari aveva avvertito che l’Iran avrebbe attaccato gli oleodotti e “non permetterà che una sola goccia di petrolio lasci la regione”.
Le conseguenze ambientali passano in secondo piano
Il blocco del traffico nello stretto di Hormuz – attraverso il quale passa quasi il 20% del commercio mondiale di LNG e circa un quarto delle forniture globali di petrolio – non piace alla Cina. “Lo stretto di Hormuz e le acque circostanti sono un’importante rotta commerciale internazionale per merci ed energia”, ha dichiarato martedì la portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning.
La Cina ha invitato “le parti coinvolte a cessare immediatamente le operazioni militari, prevenire un’ulteriore escalation delle tensioni e non permettere che i disordini regionali danneggino ulteriormente la crescita economica globale”.
Le reazioni in Europa finora si concentrano in modo simile soprattutto sulla limitazione dei danni economici causati dall’aumento dei prezzi del petrolio e in particolare del gas. I rischi ambientali rimangono per ora ai margini dell’attenzione.
Le compagnie di navigazione in tutto il mondo hanno iniziato a sospendere le rotte attraverso lo stretto di Hormuz. La compagnia giapponese di trasporto container Ocean Network Express (ONE) ha annunciato la sospensione temporanea delle prenotazioni per il trasporto da e verso il Golfo Persico.
Oltre a fermare le rotte verso e dal Golfo, il gigante danese della navigazione Maersk ha deviato parte del carico attorno al Corno d’Africa per evitare il percorso attraverso il Mar Rosso e il Canale di Suez, a causa dei timori per l’instabilità in Medio Oriente.
Con l’aumento dei rischi, le compagnie assicurative hanno cancellato la copertura per i rischi di guerra per le navi. Secondo l’agenzia Reuters queste modifiche entreranno subito in vigore per gli assicuratori Gard, Skuld, NorthStandard, London P&I Club e American Club.
Trump ha tuttavia indicato di voler ripristinare il traffico marittimo, in particolare il trasporto di petrolio e gas. Martedì sera ha annunciato che gli Stati Uniti forniranno alle navi che attraversano lo stretto di Hormuz assicurazione e scorta militare.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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